La ricerca condotta dal WP4 dello Spoke 1 nell’ambito del progetto GRINS, progetto che coinvolge università e imprese per produrre ricerche e dati di alta qualità sulla sostenibilità e resilienza del sistema economico al rischio climatico, ha analizzato come le piccole e medie imprese italiane si stiano confrontando con questo rischio, cercando di comprendere cosa le spinga, o le ostacoli, nell’adottare strategie sostenibili. L’indagine, che ha coinvolto oltre 10.000 società di capitali in sei regioni italiane nei periodi 2021–2023 e 2024–2026, restituisce un quadro complesso: la maggior parte delle PMI percepisce ancora il rischio climatico come un tema distante, e più della metà considera l’impatto del clima sulle proprie attività solo marginale.
Questa scarsa consapevolezza si traduce spesso in un atteggiamento attendista: molte imprese adottano la logica del “vediamo che succede”. Tuttavia, accanto a loro emerge una minoranza più dinamica, che sceglie di investire in riduzione delle emissioni, efficientamento energetico e gestione sostenibile delle risorse. Sono imprese che hanno compreso come la sostenibilità non sia solo un obbligo normativo, ma un fattore di competitività, un modo per migliorare l’efficienza e rafforzare la propria reputazione. A fare la differenza è la presenza di una cultura interna orientata alla sostenibilità, sostenuta da figure di governance dedicate e da obiettivi chiari di riduzione delle emissioni. L’accesso a strumenti di finanza verde, come prestiti o incentivi legati a progetti ambientali, si conferma poi un ulteriore motore di cambiamento. Le differenze territoriali sono evidenti: nelle aree più esposte agli eventi climatici estremi, come il Nord-Est, le imprese mostrano maggiore consapevolezza e propensione all’adattamento. Il legame tra percezione del rischio e azione è netto: dove cresce la conoscenza, cresce anche la capacità di reagire.
Da qui emergono indicazioni importanti. Le politiche pubbliche devono creare un contesto più favorevole per le PMI, facilitando l’accesso al credito sostenibile e promuovendo formazione e accompagnamento. Il sostegno alle filiere più vulnerabili e la costruzione di reti territoriali di collaborazione tra istituzioni, imprese e finanza possono accelerare il cambiamento. Il sistema bancario può assumere un ruolo di vero protagonista, riconoscendo il merito ambientale come parte integrante della valutazione creditizia e premiando le imprese più virtuose con condizioni di finanziamento più vantaggiose. La sostenibilità emerge come il terreno su cui si gioca il futuro della competitività italiana: non solo una questione etica o ambientale, ma un investimento strategico per rafforzare la resilienza economica dei territori e costruire un nuovo equilibrio tra impresa, finanza e comunità. Per le aziende, il passo decisivo è integrare la gestione del rischio climatico nella strategia d’impresa, non come un adempimento, ma come una leva di valore e di innovazione.
Michele Lemme, Università di Torino
