Nel pieno della transizione ecologica, le banche hanno un ruolo fondamentale: finanziano progetti e attività che possono accelerare – o rallentare – il passaggio verso un’economia più sostenibile. Ma quanto è reale il loro impegno ambientale?
Uno studio condotto su 65 banche dei Paesi del G20 tra il 2015 e il 2022 prova a rispondere a questa domanda, analizzando il fenomeno del greenwashing, cioè la tendenza a presentarsi come più “green” di quanto si sia realmente.
Per farlo, gli autori hanno costruito un indicatore che misura la distanza tra ciò che le banche dicono e ciò che fanno davvero. Da una parte hanno analizzato i report ufficiali, contando la presenza di termini legati all’ambiente; dall’altra hanno valutato le azioni concrete, come il finanziamento di progetti sostenibili, la gestione responsabile degli investimenti e le politiche di disinvestimento dai combustibili fossili. I risultati sono stati poi verificati anche con tecniche di machine learning.
I risultati riservano alcune sorprese. Innanzitutto, una regolamentazione bancaria più severa sui temi ESG non sembra ridurre il greenwashing. In molti casi, infatti, le banche tendono a concentrarsi soprattutto sul rispetto formale delle regole e sulla comunicazione, senza che questo si traduca necessariamente in azioni concrete.
Al contrario, il contesto nazionale sembra avere un peso maggiore. Le banche che operano in Paesi più avanzati nelle politiche climatiche mostrano una minore propensione al greenwashing. Dove esiste una cultura ambientale più forte e politiche pubbliche più ambiziose, anche il comportamento delle banche tende a essere più coerente.
Un altro fattore importante è l’attenzione dell’opinione pubblica. Analizzando le ricerche online su temi come “ESG”, “carbonio” e “cambiamento climatico”, lo studio mostra che quando i cittadini sono più informati e interessati a questi temi, le banche riducono le pratiche di greenwashing. In altre parole, una società più attenta rende più difficile “limitarsi a parlare di sostenibilità”.
Più sorprendente è invece il ruolo degli analisti finanziari. Una maggiore copertura da parte degli analisti è associata a livelli più alti di greenwashing, probabilmente perché la pressione per ottenere risultati nel breve periodo spinge le banche a enfatizzare la sostenibilità nei report, anche quando le azioni concrete sono limitate.
Diverso il caso dei rating ESG, che sembrano funzionare meglio come strumento di controllo: le banche con valutazioni ESG più alte tendono a essere più coerenti tra comunicazione e comportamenti.
In sintesi, lo studio suggerisce che la pressione della regolamentazione bancaria non gioca un ruolo determinante nel contrastare il greenwashing. Servono una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica, politiche ambientali credibili e dati ESG sempre più solidi e trasparenti, in grado di valutare davvero l’impegno delle banche nella transizione ecologica.
Questo post sintetizza i contenuti dell’articolo “The Influence of External Contextual and Firm-Specific Stakeholder Voices on Banks’ Greenwashing: Effective Monitoring or an Incentive to Deceive?”, pubblicato sulla rivista “Business Strategy and the Environment”, di Giuliana Birindelli (Professoressa presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa), Vera Palea (Professoressa presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino), Mauro Aliano (Professore presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara) e Aline Miazza (ricercatrice presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino).
