Il rapporto tra sostenibilità (ESG) e creazione di valore nelle operazioni di fusione e acquisizione costituisce un’area di analisi contesa nella finanza aziendale contemporanea. Un maggior orientamento sostenibile dovrebbe significare meno rischi, costi del capitale inferiori, relazioni più solide con gli stakeholder e, di conseguenza, un vantaggio misurabile per gli azionisti. Tuttavia, la letteratura esistente, incentrata sui rendimenti anomali di breve periodo successivi all’annuncio dell’operazione, restituisce evidenze frammentarie e non sempre coerenti.
Uno studio condotto su un campione iniziale di 4.785 operazioni di M&A completate nell’area OECD tra il 2010 e il 2022, per un controvalore aggregato di circa $6,4 trilioni, ha analizzato la relazione tra i rendimenti anomali a 12 e 24 mesi dalla chiusura dell’operazione (BHAR) e il profilo ESG della società acquirente e target precedente alla transazione, sia aggregato sia per singolo pilastro E, S e G.
Non emergono evidenze robuste che l’ESG pre-deal impatti sulla creazione di valore di lungo periodo. Dopo 12 mesi dall’annuncio, si osserva una significatività solo marginale per la performance ESG dell’acquirente e per il pilastro Governance; a 24 mesi tutti i coefficienti ESG riferiti all’acquirente e alla società target perdono rilevanza, mentre restano significative variabili finanziarie tradizionali come redditività e leva dell’acquirente.
Una spiegazione chiave del risultato ottenuto è che i rating ESG nella loro configurazione attuale non costituiscono un predittore robusto della creazione di valore di lungo periodo nelle operazioni di M&A. I punteggi aggregati incorporano pratiche eterogenee, di materialità finanziaria molto diversa, trattando come equivalenti dimensioni che non lo sono sotto il profilo del rischio e del rendimento.
Di seguito, le principali implicazioni pratiche. Per le imprese: il profilo ESG al momento dell’annuncio non garantisce ritorni superiori; la sostenibilità crea valore solo se integrata lungo l’intero deal cycle e tradotta in driver finanziari concreti (minor costo del capitale, supply chain più resiliente). Per investitori e advisor: i rating vanno usati come primo filtro di selezione, non come criterio principale; la loro validità dipende da analisi di materialità settoriale e valutazione della capacità di execution. Per i regolatori: i risultati supportano una disclosure più standardizzata e ancorata alla materialità, in linea con l’evoluzione regolamentare in corso (CSRD, ESRS, SASB e ISSB), che consenta agli operatori di distinguere la compliance formale dall’integrazione sostanziale della sostenibilità nella strategia.
L’ESG è ormai una dimensione strategica consolidata nella finanza aziendale, ma la sua capacità di generare valore non è automatica: dipende da come e quanto viene incorporato nella strategia, nei processi decisionali, nella governance e, nel caso delle operazioni straordinarie, nella qualità dell’integrazione post-deal.
Emanuele Teti (Università di Pisa), Elena Bruno (Università di Pisa), Francesco Pistolesi (Università di Pisa), Marianna Cacace (Università Bocconi)
