Fondi ESG, Articolo 8 e 9 sempre più simili: sostenibilità o scarsità di investimenti “verdi”?


Uno studio pubblicato su Finance Research Letters mostra che i fondi Articolo 9 secondo la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) – ovvero con gli obiettivi di sostenibilità più ambiziosi – selezionano le imprese in modo decisamente più rigoroso, ma finiscono spesso per investire negli stessi grandi titoli presenti nei fondi Articolo 8. I dati evidenziano, pertanto, che non si tratterebbe di greenwashing quanto piuttosto di scarsità di società quotate sostenibili e sufficientemente grandi.

Articolo 8 e Articolo 9: qual è la differenza?

La normativa europea SFDR distingue i fondi che promuovono caratteristiche ambientali o sociali, classificati come Articolo 8, da quelli che hanno l’investimento sostenibile come obiettivo principale, classificati come Articolo 9. Questi ultimi rappresentano, sulla carta, la categoria “verde scuro” della finanza sostenibile europea.

Ma questa distinzione regolamentare produce davvero portafogli differenti?

È la domanda a cui ha cercato di rispondere lo studio di alcune ricercatrici dell’Università di Torino, guidate dalla Prof.ssa Vera Palea – Ordinario di economia esperta di finanza sostenibile – analizzando 521 fondi azionari Articolo 9 e 4.681 fondi Articolo 8.

I numeri chiave

I risultati mostrano una sovrapposizione molto elevata tra i portafogli delle due classi di fondi:

  • l’86,8% delle società presenti nei fondi Articolo 9 compare anche nei fondi Articolo 8;
  • circa il 55,5% del capitale è investito nelle stesse imprese;
  • la similarità dei pesi di portafoglio raggiunge il valore 0,89, su una scala in cui 1 indica una coincidenza perfetta;
  • il 12,8% delle società, che costituisce il nucleo comune dei due portafogli, assorbe circa l’89% del capitale Articolo 9 e l’84% di quello Articolo 8;
  • queste società spiegano addirittura il 99,5% della sovrapposizione complessiva del capitale.

Però l’Articolo 9 è più selettivo

La somiglianza dei portafogli non significa, però, che le strategie di investimento siano le stesse. I fondi Articolo 9 fanno ricorso molto più frequentemente all’impact investing – 48,9% contro 14,3% per gli Articolo 8 – e allo screening tematico positivo, utilizzato dal 28,9% dei fondi Articoli 9 contro il 5,7%.

Le società detenute esclusivamente dai fondi Articolo 9 mostrano inoltre una maggiore quota di ricavi ammissibili alla Tassonomia UE e minori effetti negativi ambientali e sociali (PAI). Tendono però anche a essere imprese più piccole e, nel periodo osservato, associate a rendimenti finanziari più deboli.

Non basta la somiglianza per parlare di greenwashing

Il dato forse più interessante riguarda l’interpretazione. La ricerca evidenzia come, sulla base dell’analisi dei dati, la convergenza tra Articolo 8 e 9 sembra dipendere dalla scarsità di società quotate che combinano elevate credenziali ESG, dimensioni sufficienti, liquidità e capacità di assorbire grandi investimenti. Quando gli asset sostenibili e “scalabili” sono pochi, i gestori, pur adottando strategie differenti, finiscono inevitabilmente per acquistare gli stessi titoli.

Il nodo per la finanza sostenibile

Per i regolatori europei il messaggio è chiaro: non basta cambiare le etichette dei fondi. Il problema è anche la limitatezza dell’universo delle imprese finanziabili. 

La vera sfida della finanza sostenibile europea non sarebbe soltanto classificare meglio i fondi, ma determinare le condizioni per ampliare la platea degli investimenti sostenibili.

Tali opportunità devono essere cercate nell’ampio bacino delle PMI, le quali necessitano di crescita per diventare più competitive e/o devono affrontare il tema del passaggio generazionale. Questa direzione si allinea con le conclusioni del rapporto Letta sul futuro del mercato unico, che sottolinea come l’integrazione dei mercati finanziari europei sia fondamentale per mobilitare maggiori capitali privati a sostegno della transizione verde e digitale delle imprese europee.

Vera Palea (Università di Torino)

L’articolo pubblicato su Finance Research Letters è di Silvia Gordano, Aline Miazza, Vera Palea (Università di Torino)